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COCUZZA&ASSOCIATI: Diritto del conduttore uscente alla doppia indennità: vige ancora il richiamo alle Tabelle Merceologiche

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di Stefania Sansò


La Corte di Cassazione – con la sentenza del 28 febbraio 2017 n. 5039 – ha sancito il diritto di un (ex) conduttore a percepire dal proprietario dell’immobile la c.d. “doppia indennità” per perdita di avviamento in un caso particolare ed interessante, che di seguito riassumiamo.

Nella sentenza in esame – i cui principi sono peraltro già stati ripresi recentissimamente dalla giurisprudenza di merito (Corte di Appello di Milano, Sent. n. 1105/2017) - la Corte di legittimità ha confermato che per stabilire se tale indennità sia dovuta o meno al conduttore uscente, ed in assenza di interventi normativi da parte del legislatore, l’unico criterio cui fare riferimento sono le Tabelle Merceologiche (cui l’articolo 34 della Legge Equo Canone rinvia), anche se le suddette tabelle sono state da tempo abrogate.

Come stabilisce l’articolo 34 secondo comma della L. 392/78, infatti, l’“ulteriore indennità” (pari a 18 mensilità dell’ultimo canone di locazione corrisposto) è dovuta in favore del conduttore uscente, qualora - entro l’anno dal rilascio dei locali - il proprietario li conceda in locazione a soggetto che li adibisca all’esercizio “della stessa attività o di attività incluse nella medesima tabella merceologica che siano affini a quella già esercitata dal conduttore uscente […]”.

I fatti

Per capire la portata della sentenza – che mette un punto fermo in una questione lungamente dibattuta – occorre ripercorrere brevemente i fatti di causa e gli esiti dei primi due gradi di giudizio.

Dopo la risoluzione consensuale della locazione e dopo avere restituito i locali al proprietario, il conduttore uscente cita innanzi al Tribunale di Roma il locatore per l’accertamento del diritto e la condanna di quest’ultimo, al pagamento dell’ulteriore indennità.

Il conduttore uscente, infatti, per anni aveva esercitato nei locali l’attività di vendita al dettaglio di abbigliamento femminile ed il nuovo conduttore insediatosi nei locali si era rivelato essere una grande e famosa catena di abbigliamento femminile.

Il conduttore uscente vede rigettate le proprie domande, sia in primo che in secondo grado di giudizio.

In particolare la Corte d’Appello, nel rigettare il ricorso del conduttore uscente, afferma che:

(i) Il rinvio fatto dall’articolo 34 Legge Equo Canone alle tabelle merceologiche – rinvio da cui dipende l’individuazione dell’attività del conduttore uscente come identica o affine a quella del conduttore entrante e conseguentemente il diritto del primo all’indennità ulteriore – costituisce un requisito che “è venuto meno per effetto dell’abrogazione delle tabelle merceologiche, disposta dal D.lgs. 31 marzo 1994 n. 114” (c.d. Legge Bersani sulle liberalizzazioni);
(ii) essendo venuto meno il rinvio alle tabelle merceologiche, il criterio residuo per stabilire se l’ulteriore indennità sia dovuta o meno, va individuato nello svolgimento da parte delconduttore entrante di un’attività affine e che sia “idonea ad intercettare la clientela del conduttore uscente”.

Secondo la Corte d’Appello, l’attività svolta dal conduttore entrante, pur potendosi qualificare come vendita al dettaglio di abbigliamento femminile, non era tale da potere intercettare la clientela del conduttore uscente. Sostiene infatti la Corte che sarebbe “notorio” che la clientela di un negozio di abbigliamento femminile di una nota catena di prêt-à-porter italiana non è la stessa clientela del precedente conduttore.


In altre parole: i vestiti venduti dai conduttori succedutisi nei locali sono così diversi per foggia e stile che mai una signora che comprava i vestiti del conduttore uscente, comprerebbe i vestiti di gusti così dissimili venduti dal conduttore entrante, e viceversa. Non essendoci pertanto “intercettazione della clientela”, viene meno il diritto all’ulteriore indennità per perdita di avviamento.


La sentenza della Cassazione ed i principi ivi affermati

La sentenza della Cassazione – accogliendo il ricorso del conduttore uscente - ribalta completamente le statuizioni della sentenza di Appello e così afferma:


1. Il criterio stabilito dalla Corte di Appello, per cui la diversità dei capi venduti costituisce motivo sufficiente ad escludere il diritto all’ulteriore indennità, è un criterio erroneo.
2. Di conseguenza è erroneo il concetto di “notorietà” per come applicato dai giudici di secondo grado: non può ritenersi fatto notorio quali siano i bacini di utenza di due firme della moda, né quali siano i gusti del pubblico.
3. I criteri per verificare il diritto all’ulteriore indennità sono quelli contenuti nell’articolo 34 secondo comma della legge equo canone e consistono in un presupposto indefettibile (ovvero che la nuova attività sia iniziata entro l’anno dalla riconsegna dei locali) e in un presupposto alternativo e cioè che l’attività del nuovo conduttore sia identica oppure in alternativa sia “affine” ed inclusa nella medesima tabella merceologica.


Da un punto di vista strettamente giuridico la Corte di legittimità stabilisce che - contrariamente a quanto affermato dai giudici dell’Appello - l’abolizione delle tabelle merceologiche non apporta alcuna modifica testuale all’articolo 34 secondo comma.


Il rinvio da una norma all’altra può essere di due tipi formale (detto anche rinvio mobile o non recettizio) oppure materiale (detto anche fisso o recettizio).


Il rinvio formale è tale per cui la norma richiamante non “incorpora” la norma richiamata: modifiche o abrogazioni della norma richiamata hanno conseguente effetto sulla norma richiamante.


Il rinvio materiale al contrario è tale per cui la norma richiamante “incorpora” la norma richiamata, che resta pertanto “cristallizzata” nella norma richiamante: gli effetti modificativi ed estintivi subiti dalla norma richiamata non hanno dunque effetti sulla norma richiamante.


Nel caso dell’articolo 34 secondo comma legge equo canone e del DM 30 agosto 1971 istitutivo delle tabelle merceologiche, si tratta di un rinvio materiale o recettizio, ragione per cui le tabelle merceologiche del 1971 sono da considerarsi parte integrante dell’articolo 34, ancorché nel tempo siano state modificate e poi definitivamente abrogate.


§§§


Altro principio affermato dalla Corte riguarda il concetto di “affinità” delle attività svolte dai conduttori succedutisi e la natura compensatrice dell’ulteriore indennità.

La Cassazione parte dal presupposto – pacifico in giurisprudenza – per cui l’ulteriore indennità prevista dall’articolo 34 secondo comma non ha natura indennitaria (che è invece propria dell’indennità “normale” percepita dal conduttore contestualmente al rilascio dei locali) ma compensatrice, vuole cioè compensare il conduttore uscente contro l’ingiustificato arricchimento del nuovo conduttore, che deriva dal solo fatto di esercitare attività identica o affine negli stessi locali e di godere dunque del subentro di un avviamento in atto. L’arricchimento è dunque presunto juris et de jure.


Ma se non si può considerare che le due attività svolte dal conduttore uscente e dal conduttore entrante siano del tutto identiche, cosa determina che due attività siano considerate affini?

La Cassazione sostiene che il perimetro entro cui condurre tale valutazione di affinità è l’appartenenza delle due attività alla stessa tabella merceologica e che l’affinità deve ritenersi sussistente tutte le volte in cui il conduttore entrante possa teoricamente avvantaggiarsi dell’avviamento sviluppato dal conduttore uscente.


Il giudizio di affinità, dunque, non implica affatto un esame sulla sovrapponibilità delle clientele e non va formulato in base al contenuto oggettivo di beni o servizi offerti dai conduttori succedutisi, ma in base alla astratta idoneità della nuova attività a sottrarre – anche solo parzialmente – clientela al conduttore uscente.

 

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BOVÉ MONTERO: Armonización IVA España –Italia: Claves a tener en cuenta

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Uno de los impuestos que goza de armonización entre los países de la Unión Europa es el IVA, sin embargo, el momento en el que pasamos a ser contribuyentes de este impuesto y qué formalidades se deben cumplir, no lo está tanto.

En el caso de que un empresario italiano decidiera vender productos o servicios en el mercado español la primera pregunta que le surgirá es ¿qué normativa resulta aplicable? ¿La española o, por el contrario, la italiana? Para aclarar esta cuestión nos deberemos remitir a la Directiva del Consejo de la Unión Europea 2006/112, en la que se establece el marco general de actuación del IVA entre los estados miembros de la Unión Europea.

La Directiva dictamina que habrá dos hechos imponibles por los que se genera la obligación de devengar IVA, por un lado prestaciones de servicios  y por otro las entregas de bienes.

En lo relativo a las prestaciones de servicios la Directiva 2006/112/CE (arts. 44 y 45) y el artículo 69 de la ley 37/1992 del IVA, establecen que la regla general de localización en estos casos se vincula al estatus del destinatario de dicho servicio; es decir, de si se trata de un empresario o profesional, o bien de una persona que no reúna esta condición.

Por lo tanto, el empresario italiano afrontará dos situaciones:

  1.  “Bussines to bussines” en el que ambos implicados en la operación son empresarios a efectos de IVA, en este caso nos encontraremos que la operación estará gravada en el lugar donde el adquirente tenga la sede de su actividad económica. En caso de que se reciban los servicios en un establecimiento permanente se considerará el lugar donde efectivamente esté dicho establecimiento como lugar de devengo del impuesto. En otras palabras, si el empresario italiano presta servicios a un empresario español la operación estará localizada en España.
  1. “Bussines to customer” en el que el destinatario de los servicios no tiene la condiciones de empresario o profesional, por lo que el impuesto se devengará en el lugar dónde esté el proveedor de los servicios. En el caso en el que esté actuando mediante un establecimiento permanente será el lugar donde se halle dicho éste. Y en caso de no poder determinar ninguna de las dos localizaciones anteriormente descritas, se deberá tomar el lugar en el que el proveedor tenga su domicilio o residencia habitual. En consecuencia, si el empresario italiano presta servicios a un particular español la operación estará localizada en Italia.

Es importante tener en cuenta que dichas reglas de localización son válidas con carácter general pero que existen reglas especiales, por ejemplo  en el caso de  bienes inmuebles, el lugar dónde se deberá pagar  el impuesto será aquel dónde radique dicho bien.

Por otro lado, en lo que concierne a entregas de bienes, el empresario italiano deberá tener en cuenta lo dispuesto en el artículo 69 de la ley 37/1992 del IVA y en la Directiva anteriormente mencionada 2006/112/CE, donde se determina el lugar de devengo del IVA, esto es por norma general el espacio físico donde el bien se pone a disposición del adquirente, no obstante esta regla general no está exenta de complejidad en numerosos casos, por lo que es importante tener en cuenta la casuística que pueda plantearse.

Ante esta complejidad, la ley española del IVA prevé una serie de reglas especiales en su artículo número 68, siendo de especial mención aquella que determina el régimen de ventas a distancia.

En dicho régimen se establece que se entenderán realizadas en territorio español y sujetas al impuesto, aquellas entregas de bienes realizadas desde otro estado miembro, cuando el importe total, excluido el impuesto, de las entregas efectuadas por el empresario o profesional haya excedido durante el año natural 35.000€. O dicho de otro modo, si un empresario realizase ventas desde Italia no deberá presentar modelos de IVA en España hasta que no haya sobrepasado ese límite.

No obstante, una vez sobrepasado el citado límite,  el empresario o profesional italiano deberá darse de alta en la Agencia Tributaria Española (AEAT) solicitar un NIF (el equiparable español a la partita IVA) y empezar a presentar las correspondientes declaraciones de IVA no debiendo cumplir ninguna otra obligación fiscal en España por las llamadas “ventas a distancia”.

STUDIO DLMS: Novità in materia di whistleblowing

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El whistleblowing es una forma de denuncia de hechos ilícitos cometidos dentro de una empresa privada o de un organismo público considerada en ámbito internacional como una herramienta eficaz para sacar a la luz y perseguir las conductas que violan la ley (por ejemplo, actos de corrupción o malversación de fondos).

El 15 de noviembre de 2017, el Parlamento italiano aprobó un proyecto de ley en la materia, el cual: (a) modifica las normas establecidas para los funcionarios públicos que denuncian hechos ilícitos, extendiendo parcialmente la protección a favor de los empleados del sector privado; (b) modifica las normas del Decreto Legislativo 231/2001, entre otras cosas, en relación con el contenido de los modelos organizativos; (c) instituye a favor del sujeto que denuncia un ilícito una justa causa para la divulgación de información amparada por el secreto.

  1. La protección a favor de los denunciantes

Las nuevas disposiciones de la ley, entre otros aspectos, amplían a nivel objetivo y subjetivo la protección ofrecida a los sujetos que denuncian ilícitos, la cual inicialmente se otorgaba únicamente a favor de los funcionarios públicos.

En particular,

  1. resultan prohibidas y nulas las medidas de represalia contra los empleados que denuncian las conductas ilícitas que hayan conocido en razón con su trabajo ante el funcionario a cargo de la transparencia y prevención de la corrupción, ante la Autoridad Nacional Anticorrupción (ANAC) o ante la autoridad judicial o contable;
  2. entre las medidas de represalia prohibidas, además del despido se han incluido expresamente la transferencia o el descenso laboral y la referencia a las medidas discriminatorias prohibidas ha sido extendida a las medidas organizativas que tienen efectos negativos;
  3. se ha puesto a cargo del empleador el deber de demostrar que las medidas discriminatorias o de represalia adoptadas contra el denunciante han sido motivadas por razones distintas a la denuncia en sí misma;
  4. las disposiciones para proteger el anonimato del denunciante han sido fortalecidas;
  5. se ha atribuido al ANAC funciones de vigilancia, regulación y de sanción (en particular en caso de que no se inicie la actividad de verificación de las denuncias);
  6. se ha previsto que las mencionadas disposiciones se aplican no solamente a los funcionarios públicos sino también a los funcionarios de las instituciones económicas públicas, a los empleados de entidades de derecho privado sujetas a control público y a los trabajadores y empleados de empresas proveedoras de bienes y servicios que llevan a cabo obras a favor de la administración pública.
  7. Las modificaciones a los modelos organizativos de conformidad con el Decreto Legislativo 231/2001

Como resultado de la modificación de las normas, los modelos organizativos dispuestos por el Decreto Legislativo 231/2001 deberán prever entre otros aspectos:

  1. canales que permitan la denuncia de conductas ilícitas garantizando la reserva de la identidad del denunciante;
  2. la prohibición de medidas de represalia contra el denunciante por causas relacionadas con la denuncia;
  3. sanciones contra quienes violan las medidas de protección del denunciante al igual que de quienes con dolo o culpa grave realizan denuncias que resultan infundadas.

Por otro lado, las medidas discriminatorias también podrán ser denunciadas ante la Inspección del Trabajo (Ispettorato del Lavoro) por el denunciante o por organizaciones sindicales para que dicha entidad aplique las medidas pertinentes.

  1. Justa causa de revelación de información amparada por el secreto

Las nuevas disposiciones establecen que - en caso de denuncias efectuadas en la forma y de conformidad con los límites previstos en la ley -  la búsqueda del interés en la integridad de la administración pública y privada, así como la prevención y la represión de la malversación, constituye una justa causa de revelación de información amparada por el secreto (profesional o comercial).

*     *     *    *

Los cambios normativos que han sido brevemente descritos plantean una serie de cuestiones, entre otras, en relación con el alcance de disposiciones que fueron inicialmente creadas para los funcionarios públicos, respecto a las empresas proveedoras de la Administración Pública y la coordinación de dichas disposiciones con aquellas previstas por el modificado Decreto Legislativo 231/2001.

Es demasiado pronto para evaluar el impacto que podrán tener las nuevas disposiciones respecto a la efectiva prevención de las conductas ilícitas. Sin embargo, se puede prever desde ya que para responsabilizar a las sociedades y entes de acuerdo con la reforma, será necesario introducir nuevos instrumentos organizativos y recurrir con más frecuencia a las actividades de internal investigations, análogamente a lo que sucede desde hace tiempo por ejemplo con las empresas que hacen parte de grupos estadounidenses o que tienen actividades en los Estados Unidos de América.

Avv. Marco Scalera (mscalera@dlms.it)

Avv. Marco Spada (mspada@dlms.it)

www.dlms.it

DENTONS: Con il DDL di Bilancio 2018 maggiori certezze sulla tassazione indiretta degli share deal

Dentons_Logo_Purple_RGB.jpgdi Roberta Moscaroli 

 

1. Il Disegno di Legge di Bilancio 2018 e l’intervento sull’articolo 20 del Testo Unico dell’Imposta di Registro

L’articolo 13 del Disegno di Legge di Bilancio 2018 (di seguito: “DDL di Bilancio 2018”) prevede una disposizione che modifica l’attuale articolo 20 del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 (recante il «Testo Unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro»: di seguito, “Testo Unico dell’Imposta di Registro” o più brevemente “TUR”), ai fini dell’applicazione dell’imposta di registro e delle altre imposte dello stesso tipo – in particolare le imposte ipotecarie e catastali – che di fatto consentirebbe di superare la problematica, creatasi in questi anni, sulla riqualificazione, in termini di cessione di azienda, dello schema negoziale costituito da conferimento di azienda e successiva cessione della partecipazione (quest’ultimo notoriamente soggetto ad una minore tassazione indiretta).

2. Le modifiche proposte

In proposito, si ricorda che il testo attualmente vigente del menzionato articolo 20 (rubricato, per l’appunto, «Interpretazione degli atti») così recita:

«1. L’imposta è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente».

In caso di accoglimento della modifica, il testo del medesimo articolo sarebbe così emendato:

«1. L’imposta è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici dell’atto presentato alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente, sulla base degli elementi desumibili dall’atto medesimo, prescindendo da quelli extratestuali e dagli atti ad essi collegati, salvo quanto disposto dagli articoli successivi».

Inoltre, l’articolo 13 del DDL 2018 prevede che all’articolo 53-bis, comma 1, del TUR, le parole «le attribuzioni e i poteri» siano sostituite dalle seguenti: «Fermo restando quanto previsto dall’articolo 10 bis della legge 27 luglio 2000, n. 212, le attribuzioni e i poteri».

3. Ratio della modifica proposta. Le questioni interpretative sorte in passato ed il loro superamento

Come indicato in premessa (§ 1), l’intervento di legge in esame è teso a superare normativamente l’annosa questione concernente la portata applicativa della disposizione, essendosi – nel tempo – creati e contrapposti gli orientamenti di dottrina e giurisprudenza di seguito brevemente richiamati.

(i) Secondo un primo orientamento, che muove dalla considerazione dell’imposta di registro come “imposta d’atto”, l’articolo 20 del TUR impone di tassare gli atti in base al loro contenuto giuridico effettivo, attribuendo quindi agli Uffici il potere di verificare se il nomen iuris attribuito all’atto dalle parti è corretto in base agli effetti giuridici che l’atto stesso produce. Detto orientamento è stato (ed è tuttora) sostenuto dalla dottrina prevalente e tendenzialmente accolto dalla giurisprudenza di merito, ma – come si indicherà infra – esso non è stato ritenuto fondato dalla giurisprudenza di legittimità.

(ii) Secondo il diverso orientamento della Cassazione, infatti, l’articolo 20 avrebbe una portata più ampia di quella sopra delineata ed il riferimento alla «intrinseca natura» degli atti presentati per la registrazione consentirebbe agli Uffici di considerare, ai fini della tassazione, non solo la natura e gli effetti del singolo atto, ma anche gli effetti economici del più ampio schema negoziale in cui lo stesso è inserito (valutazione funzionale).

Così, in particolare, con la sentenza del 18 dicembre 2015, n. 25487 e poi con le sentenze dell’11 maggio 2016, n. 9582 e del 15 marzo 2017, n. 6758 (tutte riferite ad ipotesi di conferimento di azienda con contestuale cessione delle quote ottenute in contropartita da parte del socio), la Cassazione, pur superando il precedente orientamento secondo il quale l’articolo 20 aveva una valenza antielusiva, ha ritenuto che la medesima disposizione fornisse un criterio ermeneutico autonomo, che impone una qualificazione oggettiva degli atti secondo la causa concreta dell’operazione negoziale complessivamente posta in essere (e ciò anche a prescindere dall’eventuale disegno o intento elusivo delle parti); concludendo pertanto che l’operazione di conferimento di azienda seguito dalla cessione delle quote fosse da tassare come operazione unitaria di cessione d’azienda.

Il citato orientamento della Corte di Cassazione ha formato oggetto di forti critiche da parte della dottrina, nonché alimentato le situazioni di incertezza interpretativa in capo agli operatori, ad esempio per i casi in cui, la cessione delle quote fosse solo parziale e non totale.

Ora, tornando alla disamina e alla ratio dell’articolo 13 del DDL di Bilancio 2018, come chiarito dalla Relazione illustrativa al medesimo DDL, «la modifica è volta», per l’appunto, «a dirimere alcuni dubbi interpretativi sorti in merito alla portata applicativa dell’articolo 20».

«Tali incertezze interpretative sono rese evidenti anche dall’esame delle pronunce della giurisprudenza di legittimità che, in alcune sentenze, ha riconosciuto una valenza antielusiva all’articolo 20 del TUR, mentre in altri arresti, soprattutto in quelli più recenti, ha ritenuto di dover procedere alla riqualificazione delle operazioni poste in essere dai contribuenti, attraverso il perfezionamento di un atto o di una serie di atti, facendo ricorso ai principi sanciti dall’articolo 20 del TUR; secondo tale tesi interpretativa, la riqualificazione può essere operata, dunque, senza dover valutare il carattere elusivo dell’operazione posta in essere dai contribuenti.

La norma introdotta è volta, dunque, a definire la portata della previsione di cui all’articolo 20 del TUR, al fine di stabilire che detta disposizione deve essere applicata per individuare la tassazione da riservare al singolo atto presentato per la registrazione, prescindendo da elementi interpretativi esterni all'atto stesso (ad esempio, i comportamenti assunti dalle parti), nonché dalle disposizioni contenute in altri negozi giuridici "collegati" con quello da registrare. Non rilevano, inoltre, per la corretta tassazione dell’atto, gli interessi oggettivamente e concretamente perseguiti dalle parti nei casi in cui gli stessi potranno condurre ad una assimilazione di fattispecie contrattuali giuridicamente distinte (non potrà, ad esempio, essere assimilata ad una cessione di azienda la cessione totalitaria di quote)».

4. Disciplina antiabuso

Come già segnalato sub § 2, la proposta di modifica si accompagna ad una proposta di integrazione della disciplina sui poteri degli Uffici in sede di controllo, in relazione alla quale si specifica che la normativa antiabuso può applicarsi anche all’imposta di registro.

Sul punto, in particolare, la Relazione specifica quanto segue:

«È evidente che ove si configuri un vantaggio fiscale che non può essere rilevato mediante l’attività interpretativa di cui all’articolo 20 del TUR, tale vantaggio potrà essere valutato sulla base della sussistenza dei presupposti costitutivi dell’abuso del diritto di cui all’articolo 10-bis della Legge 27 luglio 2000, n. 212 (Statuto dei diritti del contribuente). In tale sede andrà quindi valutata, anche in materia di imposta di registro, la complessiva operazione posta in essere dal contribuente, considerando, dunque, anche gli elementi estranei al singolo atto prodotto per la registrazione, quali i fatti, gli atti e i contratti ad esso collegati. Con le modalità previste dall’articolo 10-bis della Legge 27 luglio 2000, n. 212, potrà essere, quindi, ad esempio, contestato l’abusivo ricorso ad una pluralità di contratti di trasferimento di singoli assets al fine di realizzare una cessione d’azienda».

5. Decorrenza

Circa la decorrenza della modifica segnalata, in assenza di specifiche indicazioni, è da ritenersi che la stessa coinciderà con l’entrata in vigore della legge di bilancio (i.e., 1° gennaio 2018), anche se in dottrina già ci si interroga sulla operatività della nuova disciplina rispetto alle controversie in essere ed ai rapporti tributari pendenti.

BAKER MCKENZIE: Il Regolamento europeo in materia di privacy è prossimo all'entrata in vigore: quali sfide per i datori di lavoro?

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In un presente globale ad altissimo tasso di tecnologia, in cui "i dati sono il nuovo petrolio" e la velocità con cui le informazioni circolano rappresenta contemporaneamente un irrinunciabile beneficio e un importante rischio, l'Unione Europea ritorna ad occuparsi della disciplina Privacy di ciascuno Stato Membro, rinnovandola e uniformandola, attraverso il Regolamento UE n. 2016/679.

Molto si è parlato di questo provvedimento e tanta è l'attesa per la sua entrata in vigore che, ormai, si fa sempre più vicina: dal 25 maggio 2018 saranno proprio le norme contenute nel Regolamento europeo a dettare la disciplina in materia di tutela dei dati personali in tutti gli Stati membri.

A pochi mesi da questo importante appuntamento è quindi giunto il momento di riprendere in mano informative e processi di elaborazione dati per non incorrere in importanti sanzioni al momento dell' entrata in vigore della nuova disciplina.

Tra i destinatari principali di molte delle norme contenute nel Regolamento risaltano i datori di lavoro, a cui spetta, in qualità di titolari del trattamento dei dati dei loro dipendenti, adeguare anzitutto i sistemi di gestione delle informazioni alla nuova impostazione del sistema Privacy, rivoluzionata fin nel suo nucleo, adesso costruito attorno al criterio dell'accountability, cioè della maggiore responsabilizzazione di titolari e responsabili del trattamento. Spetta a questi soggetti l'adozione di comportamenti proattivi che siano in grado di dimostrare la diligenza richiesta nell'adozione di misure finalizzate alla corretta applicazione del Regolamento e dei criteri in questo contenuti.

Se è vero che ritroviamo nella disciplina europea molti dei principi già espressi dal Codice Privacy del 2003, altrettanto vero è che nuove sfide si parano di fronte ai datori di lavoro europei, prima tra tutte la familiarizzazione con i due nuovi criteri di privacy by default e privacy by design che, in sintesi, impongono:

- la necessità di configurare il trattamento prevedendo fin dall'inizio le garanzie indispensabili alla tutela dei diritti degli interessati, non senza operare un'attenta valutazione dei rischi per i diritti e,

- le libertà degli stessi, da effettuarsi con riferimento a ciascun contesto concreto.

È proprio la valutazione del rischio connesso al trattamento dei dati uno dei principali oneri a cui il titolare deve adempiere attraverso un apposito processo valutativo, che potrà essere oggetto di controllo dell'Autorità soltanto in un momento successivo all'assunzione delle scelte in materia di gestione delle informazioni.

Scompaiono dunque alcuni istituti, quale ad esempio la verifica preliminare prevista dall'art. 17 Codice Privacy, ma ne sorgono di nuovi, come ad esempio l'obbligo di tenuta di un registro dei trattamenti per i datori che effettuino trattamenti a rischio o abbiano più di 250 lavoratori assunti alle proprie dipendenze (peraltro, il Garante ha raccomandato la tenuta di questo registro anche ai datori con una forza lavoro inferiore, in quanto "parte integrante di un sistema di corretta gestione dei dati personali").

Da sottolineare inoltre le novità rappresentate dall'obbligo di nomina di un responsabile  per la protezione dei dati personali dall'estensione del dovere di notifica delle violazioni di dati personali, non più gravante soltanto sui fornitori di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico ma su tutti i titolari.

Insomma, le novità che attendono i datori di lavoro sono molteplici e le sanzioni in caso di inadempienza notevoli (fino al 4% del fatturato mondiale del gruppo e 20 milioni di Euro): informative e processi alla mano, siamo pronti a farvi arrivare preparati all'appuntamento del 25 maggio 2018!

Il nostro Team di lavoristici e di esperti privacy è già al lavoro per fornire assistenza sull'adeguamento necessario alla compliance con il Regolamento.

avv. Uberto Percivalle – uberto.percivalle@bakermckenzie.com

avv. Sergio Antonelli – sergio.antonelli@bakermckenzie.com

dott.ssa Giulia Bifano – giulia.bifano@bakermckenzie.com

 

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