• Home
  • COCUZZA&ASSOCIATI: E' annullabile il verbale di conciliazione sottoscritto con il lavoratore in sede protetta

News Legali

COCUZZA&ASSOCIATI: E' annullabile il verbale di conciliazione sottoscritto con il lavoratore in sede protetta

cocuzza.jpg

di Domenica Cotroneo

Con la sentenza n. 8260, del 30 marzo 2017, la Suprema Corte di Cassazione torna ad affrontare un tema spinoso: l’efficacia “tombale” degli accordi transattivi sottoscritti in sede protetta tra datore di lavoro e lavoratori.

La vicenda trae origine dalla richiesta di annullamento di un verbale di conciliazione, sottoscritto in sede sindacale, presentata da un lavoratore licenziato all’esito di una procedura di mobilità. In particolare, il lavoratore sosteneva che la sottoscrizione del verbale gli era stata estorta dal datore di lavoro attraverso artifici e raggiri che avevano alterato la realtà dei fatti.

Il lavoratore ricorrente, infatti, quadro con mansioni di "strategy sourcing senior manager", ossia di responsabile della produttività relativa agli acquisti, a seguito dell’apertura di una procedura di licenziamento collettivo, aveva visto che la propria posizione risultava inserita tra quelle che sarebbero state soppresse.

Alla luce di quanto precede, a fronte della determinazione aziendale di sopprimere la posizione lavorativa ricoperta, il lavoratore era addivenuto all’accettazione del licenziamento ed alla firma di un verbale di conciliazione dando atto, in sede sindacale, della rinuncia ad impugnare il licenziamento.

Poco tempo dopo la sottoscrizione del suddetto verbale, tuttavia, il datore di lavoro procedeva all’assunzione di un altro dipendente, a cui affidava mansioni identiche a quelle svolte dal lavoratore licenziato.

L’ex dipendente conveniva in giudizio l’ex datore di lavoro chiedendo quindi l’annullamento del verbale e la conseguente reintegrazione nel posto di lavoro.

Il ricorso veniva rigettato dai giudici di merito: in particolare, sia il Tribunale che la Corte d’Appello, oltre a rilevare un difetto di allegazione e chiarimento “in fatto” delle circostanze che integravano i “presunti raggiri” posti in essere dal datore di lavoro, rigettavano la teoria dell’errore incolpevole da parte del lavoratore evidenziando, soprattutto, che il criterio di scelta utilizzato dal datore di lavoro per individuare i lavoratori da licenziare era stato quello della “volontà individuale” di non opposizione al licenziamento.

Di avviso diametralmente “opposto” è stata la valutazione dalla Suprema Corte di Cassazione che ha invece rilevato ed evidenziato l’esistenza di una “condotta” datoriale idonea a trarre il lavoratore in inganno in relazione all’unica ragione che lo ha spinto ad accettare il licenziamento: vale a dire l’inclusione della posizione di strategy sourcing senior manager tra le posizioni eccedentarie nell'ambito della procedura di mobilità.

A parere del giudice di legittimità, i giudici di merito non hanno considerato come anche una condotta di silenzio malizioso risulta pienamente idonea ad integrare raggiro, laddove tale silenzio ricada su circostanze rilevanti e costituisca elemento del raggiro, idoneo ad influire sulla volontà negoziale del soggetto passivo.

Analogamente nell’ambito del rapporto di lavoro e nel caso di specie, laddove il silenzio serbato dalla società al momento della sottoscrizione del verbale di conciliazione ed in ordine alla volontà di non sopprimere la posizione lavorativa, non poteva avere altro obiettivo che quello di realizzare l'inganno del lavoratore, determinandone l'errore ed integrando quindi gli estremi del dolo omissivo rilevante ai sensi dell'art. 1439 c.c..

La Corte ha, tuttavia, chiarito anche che “occorre poi tenere presente in linea generale come, in tema di dolo quale causa di annullamento del contratto, nelle ipotesi di dolo tanto commissivo quanto omissivo, gli artifici o i raggiri, così come la reticenza o il silenzio, debbano essere valutati in relazione alle particolari circostanze di fatto e alle qualità e condizioni soggettive dell'altra parte, onde stabilirne l'idoneità a sorprendere una persona di normale diligenza, non potendo l'affidamento ricevere tutela giuridica se fondato sulla negligenza”.

Alla luce dei sopra enunciati principi di diritto, dell'idoneità della condotta della società datrice ad integrare un dolo omissivo in danno del proprio dipendente, così da comportare l'annullamento del verbale di conciliazione sottoscritto tra le parti in sede sindacale, la Corte ha accolto il ricorso rinviando il procedimento al giudice del merito.

www.cocuzzaeassociati.it

Icono economia blanco
 

Informazione
Economica e Politica